Terra, acqua, impronte. La lezione di Dubuffet e i giovani talenti giapponesi

Terra, acqua, impronte.
La lezione di Dubuffet e i giovani talenti giapponesi

Inaugurazione: Giovedì 17 novembre 2016, ore 18-22
In mostra dal 18 novembre al 22 dicembre 2016

Jean Dubuffet

La mostra “Terra, acqua, impronte. La lezione di Dubuffet e i giovani talenti giapponesi”, mette a confronto l’altra natura creata dal maestro francese con la ricerca raffinata dei tre artisti nipponici scelti per l’occasione da Maroncelli 12: “34”, Daiki Nishimura e Kinya. Sols, Terres, le 18 litografie del ciclo Phénomènes (che il padre dell’Art Brut realizzò nel 1959) dialogano in mostra con le visioni contemporanee di tre giovani talenti del Sol Levante. Opere della terra, dell’aria, dell’acqua e del fuoco, di ciò che gli antichi naturalisti chiamavano l’“interno delle cose”. Opere di ombre e di luci, di attimi, di generazione e corruzione della materia ma anche di ricerca, misura e classificazione. A metà degli anni Quaranta, Jean Dubuffet (Le Havre 1901-Parigi 1985) dava scandalo per il gesto irriverente, provocatorio con cui si scrollava di dosso le regole e i valori condivisi dell’arte accademica. Per Dubuffet la cultura è “nociva” perché non è soltanto “materiale d’informazione”, quanto piuttosto “un modo di esprimersi e di pensare, un modo di vedere, di sentire e di comportarsi”. E per decostruire questo sistema si rivolge all’Art Brut, all’arte dei bambini e dei malati di mente, agli outsider, per “aprire il passaggio alle voci che vengono dagli strati sottostanti”. Verso la fine degli anni Cinquanta, quando comincia l’avventura dei Phénomènes, Dubuffet si impegna in un’analisi attenta e minuziosa – artistica, filosofica, estetica e simbolica – sul tema della natura, partendo da una celebrazione del suolo e della terra. La vocazione materica si scontra con tutto ciò che caratterizza la forma fino a metterla in discussione da dentro. Difficile parlare di proporzione o simmetria quando si assembla del fango o un pezzo di muro sbrecciato; il carbone, il gas, i muschi e i licheni, per citare solo alcuni tra i tanti materiali utilizzati diventano il soggetto di un’esplorazione incessante dove la sorpresa è continua e l’investigazione quasi scientifica. Le 300 tavole che compongono i Phénomènes nascono come scorta di materiale per gli assemblages, fino a quando Dubuffet si accorge che queste litografie in bianco e nero e a colori, bastano a se stesse. Si tratta di impronte prese da materiali diversi su carta da riporto inchiostrata. Maroncelli 12 presenta le 18 tavole (l’intera cartella) di Sols, Terres, nell’esemplare contrassegnato C (e firmato dall’autore), stampato per Giuseppe Raimondi. Nono degli album in bianco e nero della serie Phénomènes, questa opera è stata tirata in 22 esemplari numerati da 1 a 22 più tre esemplari A, B, C, tutti su pergamena.

34

“34” vuol far parlare le opere non la sua biografia: l’artista giapponese non comunica il suo nome e nemmeno la data di nascita. I suoi lavori vogliono essere “impronta e informazione”: la sua è una delicata ricerca sulle pozzanghere, assorbite nella carta e trasformate in raffinati disegni. “La pioggia assorbe molti fenomeni e memorie, movimenti e tempo e li trattiene in modo semi-permanente”. In un certo senso li salva. Ogni opera è classificata: sottotitolata con data, ora, luogo (via e città in cui si trova la pozzanghera), misure dello specchio d’acqua, meteo e temperatura.

Daiki Nishimura

Anche per Daiki Nishimura (Osaka 1985) l’ispirazione arriva dalla natura: l’artista va in giro per il Giappone a fotografare i paesaggi che lo colpiscono poi torna in studio cercando di aggiungere sulla tela le proprie emozioni. “Alla fine il dipinto è il risultato dell’integrazione tra il mio mondo interiore e quello esterno”. Le composizioni di Nishimura sono semplici, monocromatiche e minimali ma con una grossa consistenza materica; la palette di colori è minima. Usa specialmente colori a olio, con l’aggiunta di altri materiali come pigmenti minerali, argento, alluminio e con un’attenzione meditativa al processo artistico, a partire dalla preparazione della tela. “Come artista che vive in questo mondo creo il momento affinché lo spettatore possa sentire che siamo tutti collegati e che il divino è tutto intorno a noi. Credo che il nostro pensiero compassionevole verso alberi, fiori, oceano, montagne e cielo possa cambiare qualcosa”.

Kinya

L’evanescenza evocativa di Kinya (Tokyo 1961) nasce da una sovrapposizione di colori, di forme geometriche semplici, e spesso di piccoli segni che richiamano i pittogrammi primitivi. “Posso dire che le mie opere nascono da una visione armonica di questi tre elementi”. I quadri di Kinya sono creati per essere riflessi nel campo visivo di chi li osserva. Importante per l’artista che dal 1990 vive tra Milano e il Giappone, è lo spazio fisico tra l’opera e lo spettatore. “Da questo incontro di opera e persona, e di tempo e spazio, nasce qualcosa che per me è fondamentale. Io sono l’uomo che coltiva i campi di colore, e semina. Continuerò a seminare pian piano, sperando che nasca qualcosa dentro chi osserva le mie opere”.

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